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Perché ha voluto incontrarla quella sera?

Delitto di Stabio: le contraddizioni e il mistero dei biglietti per il concerto dei Coldplay - L'informatico Michele Egli a processo per l'assassinio di Nadia Arcudi

 
15
maggio
2018
14:34

LUGANO - Come mai quella sera del 14 ottobre del 2016 la vittima (Nadia Arcudi) e l'assassino (suo cognato Michele Egli) si sono incontrati? È questo molto probabilmente uno dei punti principali - e dei grossi misteri - del processo per il delitto di Stabio. Perché i due si sono visti quella sera? E cosa ha spinto Michele Egli ad afferrare una bottiglia, colpire la sua vittima alla testa e poi a strangolarla con una sciarpa? "Le volevo consegnare - ha raccontato l'imputato in aula - un regalo. Stavamo parlando da un po' di andare a un concerto dei Coldplay, ma non ero riuscito a trovare i biglietti.

Allora quel giorno in ufficio ho stampato un buono in cui le dicevo che avremmo comprato i biglietti sul posto". Tesi che non sembra aver convinto il giudice Amos Pagnamenta. "Su questo punto - ha sottolineato il presidente della Corte - lei all'inizio dell'inchiesta aveva detto una cosa diversa. Aveva detto che le voleva portare i biglietti veri e propri del concerto, non dei buoni. E in effetti non ha molto senso questa cosa. Perché portarle a casa dei buoni fatti da lei in ufficio, che fondamentalmente non hanno alcun valore, per dirle che andrete a un concerto che già da tempo avete deciso di andare a vedere?". "La prima versione - ha spiegato l'imputato - l'ho fornita dopo un lungo interrogatorio. Ero stanco e ho detto una cosa sbagliata. Non avevo i biglietti, ma solo dei buoni". Ma il giudice ha rincarato la dose: "Insisto su questo punto perché in aula di solito si mente su cose importanti".

Ma perché, per il giudice, questo è un elemento importante? Perché Egli, dopo aver ucciso Nadia Arcudi e averla trasportata in Italia lasciando il suo corpo in una scarpata a Rodero, ha tentato di far credere a tutti che la sua vittima fosse ancora viva. Le ha preso il telefonino e, spacciandosi per lei, ha scritto un messaggio al suo fidanzato dicendogli di non star bene e che lo avrebbe incontrato il giorno dopo. Ma non solo. Egli ha anche usato l'indirizzo mail della vittima e ha inviato a se stesso un messaggio, sempre spacciandosi per la vittima. "E in quel messaggio - ha sottolineato Pagnamenta - lei, spacciandosi per la vittima, si autoringraziava per i biglietti del concerto. Dicendo "grazie Michele per i 5 biglietti, così potremo andare tutti assieme". La vittima non avrebbe insomma mai scritto una mail del genere se avesse ricevuto dei semplici buoni.

E dunque il mistero sul perché Egli abbia voluto incontrare Arcudi - nonostante le spiegazioni dell'imputato - resta. "E perché l'ha uccisa?", ha chiesto Pagnamenta. "Volevo solo farla stare zitta. Lei ha iniziato ad urlare per via dei problemi con la casa. Io ero impietrito e l'ho colpita. E quando ho capito che era morta ho cercato di far pensare che Nadia avesse lasciato la Svizzera perché non volevo far soffrire mia moglie, mia suocera e mia figlia". Spiegazione, anche questa, che non sembra aver convinto del tutto la Corte.

L'avvio del processo

L'atrio del tribunale di Lugano era pieno di persone in attesa di poter entrare in aula. Gli avvocati difensori (Luca Marcellini e Maria Galliani) si sono quasi fatti largo a fatica, trascinando i loro trolley pieni di documenti, per arrivare alla porta. E una volta aperte le porte l'aula era stracolma. Piena in ogni ordine di posto a dimostrazione di quanto questo caso sia sentito in tutto il Cantone. Talmente tante persone che c'è chi dovrà assistere (e sono in molti) al processo in piedi. E molti i visi tristi, soprattutto quelli dei parenti e degli amici della vittima. Questi 4 giorni di processo per loro saranno durissimi. Dover ripercorrere quanto accaduto quella tragica sera del 14 ottobre 2016 sarà difficilissimo.

Stiamo parlando ovviamente del processo per l'assassinio di Nadia Arcudi, uccisa a Stabio, appunto, tra le 19.04 e le 19.50 del 14 ottobre di due anni fa (Vedi Suggeriti). Sul banco degli imputati c'è suo cognato, Michele Egli: il 43.enne accusato di averla brutalmente uccisa. Uccisa per futili motivi.

E l'atto d'accusa stilato dalla procuratrice pubblica Pamela Pedretti fornisce dettagli che fanno venire la pelle d'oca. Per l'accusa i due si erano trovati quel giorno a casa della vittima e dopo un litigio per questioni immobiliari (così almeno sostiene Egli) il cognato l'avrebbe ferita con una bottiglia di vetro, colpendola al capo. Poi Egli si sarebbe tolto la sciarpa e l'avrebbe strangolata. E mentre lei tentava di difendersi lui le avrebbe sussurrato in un orecchio: "Mi dispiace". Poi l'imputato avrebbe pulito la camera del sangue e dei cocci di vetro, avrebbe infilato il corpo inerme della cognata in due sacchi dell'immondizia (legandole i polsi con una fascetta) e trasportato il corpo in Italia (a Rodero, dove poi è stata trovata). E Egli avrebbe anche tentato di far credere a tutti che Nadia Arcudi era ancora viva. Le avrebbe preso il telefono e avrebbe inviato al suo fidanzato, facendo finta di essere Nadia, un messaggio in cui gli diceva di non stare molto bene e che lo avrebbe chiamato domani.

Il giudice Amos Pagnamenta ha iniziato pochi minuti fa l'interrogatorio dell'imputato. Tra le prime frasi Egli ha detto di aver amato la sua vittima come una sorella. "Era davvero entrata nella mia vita. La consideravo per davvero come una sorellina".

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