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Lo spirito olimpico accende l'USI

Negli scorsi giorni si è tenuta una conferenza su handicap fisico, disabilità mentale e pratica dello sport da parte di persone sane o svantaggiate

 
16
maggio
2018
09:50
Red. Online

LUGANO - Negli scorsi giorni si è svolta all'Università della Svizzera italiana, una conferenza intitolata «4 realtà a confronto per un unico spirito, quello olimpico». Tra i relatori il rettore dell'USI, Boas Erez, il direttore del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport, l'onorevole Manuele Bertoli, diversi atleti e personalità del mondo olimpico e paralimpico. Ideatore della serata, Marco Imperadore, padre di una figlia disabile, compresa tra i relatori. L'organizzazione, invece, è stata a cura dell'Ufficio sport della stessa università.


Uno dei contenuti dell'evento che più ha emozionato il pubblico (oltre una sessantina di persone) è stata la proiezione di alcuni filmati. Persino gli stessi atleti-relatori hanno avuto occasione di commuoversi. Il dibattito che ne è seguito è stato ricco di spunti e riflessioni riguardanti l'handicap fisico, la disabilità mentale e la pratica dello sport, qualunque sport, da parte di persone sane o svantaggiate, in uno spirito che accomuna tutti e che può definirsi davvero, in un'unica parola, come «olimpico».

È stato Erez a introdurre la serata («Sono molto contento che il nostro istituto abbia organizzato una conferenza di questo genere»), seguito a stretto giro dall'onorevole Bertoli: «Non sempre i valori sportivi sono conclamati del tutto nella vita di tutti i giorni. Ma la cosa importante non è la quantità di medaglie vinte, ma il numero di persone che partecipano». Su questa nota, il moderatore Stefano Ferrando ha orchestrato i vari interventi degli atleti, tutti provenienti dal mondo sportivo alpino. Aneddoti, storie di vittoria o di sconfitta, riflessioni sui valori dello sport, ma sempre sincere, «sul pezzo», innervate di mai sopito entusiasmo: questo lo spirito comune di ogni singolo intervento.
Come quello della sciatrice freestyle Deborah Scanzio: «Da piccola non sognavo le Olimpiadi, per me sciare è sempre stato un gioco. Ci sono volute 106 gare di Coppa del mondo per vincerne una. Una lunga attesa, ma ne è valsa la pena. Inoltre fa piacere essere un esempio per i bambini. A fine carriera sono venute a salutarmi atlete mai viste».
Sladjana Pansera, coordinatrice per la Svizzera italiana di Special Olympics, ha invece raccontato il ruolo dei coach nelle competizioni nazionali e internazionali: «Fanno un lavoro importante, sono il vero collegamento degli atleti con il mondo delle gare e con gli altri colleghi».
Già, le gare. La competizione. «Non sarebbe un sogno vedere tutti gli atleti qui presenti gareggiare tutti insieme per un mese? O forse è solo un'utopia?» ha provocato il moderatore Ferrando. Risposta di tutti i relatori: certo che sì!
«Ma sarebbe molto complicato» hanno tuttavia aggiunto Thomas Schmidt, rappresentante della Federazione Sportiva dei Sordi della Svizzera, e Philipp Steine, atleta Deaflympics di sci alpino. «La cultura dei sordi è quella di essere insieme, gareggiare insieme, e allo stesso tempo di allargarsi alle competizioni tradizionali: non sempre si riesce. Serate come questa sono lo stimolo giusto». Restano ancora troppi atleti sordi che rinunciano a partecipare ai Giochi olimpici: a fiaccare lo «spirito» sono sovente famiglie che non riescono a sostenerli adeguatamente a causa delle notevoli spese economiche, che un'impresa simile richiede.
«Ogni volta che partecipo a una gara – ha dichiarato Lisa Imperadore, atleta sciatrice Special Olympics e membro della società Sport Invalidi Lugano – lo faccio comunque con il desiderio e l'impegno di portarmi a casa una medaglia». Ma le piacerebbe fare una gara veloce con Dario Cologna? Sollecita Ferrando. «Sicuro! E vincerei io allo sprint!».
La serata è proseguita con l'intervento di Andrea Callegher, anch'egli sciatore Special Olympics e membro della società Sport Invalidi Lugano, che ha ribadito la difficoltà di accesso ad alcune gare e ha raccontato della durezza degli allenamenti, mettendo infine l'accento sulla presenza della musica durante le gare: «Nessun atleta la sente, non percepiamo nemmeno il rumore o le grida del pubblico».

Fulvio Sulmoni, giocatore dell'FC Lugano, ha ripreso il tema dell'allenamento: «Si fanno molti sacrifici per vincere, per superare se stessi, e sì, anche solo per una medaglia, che segna un traguardo che va al di là del mero festeggiamento per averla conquistata». Stessa opinione espressa da Murat Pelit, atleta di Swiss Paralympic appena tornato dai giochi invernali in Corea del sud: «Non si è lì solo per partecipare, ma anche per vincere. Mentalmente si va per quello. Nella mia carriera ho subito varie lesioni tra fratture e commozioni cerebrali ma sono sempre andato avanti». Gli fa eco Walter Lisetto, presidente dell'Associazione InSuperAbili: «Murat è uno dei ragazzi più portati per fare sport». È sempre Lisetto a raccontare uno degli inizi dello sport paralimpico: «Fu negli anni Quaranta, la guerra aveva creato un gran numero di feriti con amputazioni di arti. Si pensò di farli giocare a basket, per estrarli dal loro malessere, per donare loro nuova vita, facendoli anche competere».

Ultima parola, dal pubblico, quella di Giovanni Pedrozzi, coach in Corea del sud della squadra ticinese ai Giochi mondiali invernali di Special Olympics: «L'allenatore, che è anche un accompagnatore, non deve solo badare alla tecnica, ma fondare un rapporto con gli atleti disabili, un rapporto che deve anche fornire una solida motivazione che sconfigga anche le circostanze più negative». Quello che tutti noi dovremmo fare: dalla loro energia e dalla loro costanza c'è solo da imparare.

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